Scrivere a botta calda è difficile
e rischioso, ma la tragicità di un evento come la morte
di Gabriele Sandri non solo non lascia spazio a
temporeggiamenti, ma obbliga a prendere una posizione,
di certo coerente con i pensieri di sempre e dunque
distante dai pensieri dominanti.
Domenica 11 novembre è stata una giornata dura e
dolorosa, ed il delittuoso avvenimento nell'area di
servizio della A1 ne è solo una parte. Ma andiamo con
ordine.
La notizia arriva via telefono verso mezzogiorno,
improvvisa e perfida come un montante in pieno volto.
Subito cerco conferme e dettagli in tv, dove intanto
prende corpo il più classico teatrino mediatico e si
recita un copione già visto e rivisto: nel leggere i
lanci di agenzia la morte del giovane tifoso laziale
viene inserita nel quadro di scontri tra opposte
tifoserie, pur essendo stato raggiunto da un colpo di
pistola. Che sul posto sia intervenuta la Polizia per
tentare di sedare una presunta rissa è un particolare, a
questo punto, ovvio quanto determinante.
Scrivo a distanza di quarantotto ore e nel frattempo è
emerso il "dettaglio" che, per certo, un agente ha
sparato, a rissa già conclusa, dall'opposta corsia
dell'autostrada: roba da poliziesco americano di quarta
serie. Come sempre in questi casi le autorità hanno dato
conto di colpi sparati in aria a scopo dissuasivo, ma la
verità è che un proiettile ha centrato un bersaglio che
stava coi piedi ben saldi a terra e che alla rissa forse
nemmeno aveva preso parte. Un testimone delle ultime ore
afferma di avere visto il poliziotto sparare a due mani,
nella tipica posizione da poligono da tiro, mentre dalle
dichiarazioni di altri agenti sembra ci fosse la piena
consapevolezza che i protagonisti del diverbio fossero
dei tifosi. Mi si rivolta lo stomaco: il dolore e la
rabbia, nonché le improbabili ricostruzioni che i
questurini di turno hanno tentato di farci bere, sono
gli stessi che ho vissuto alla morte di un altro
fratello, Carlo Giuliani.
Quel poco di sensatezza che sopravvive all'inesorabile
coinvolgimento emotivo, da ultras e con gli ultras, mi
fa pensare per un attimo che l'assurda gravità di quanto
è accaduto travalica e precede, ma forse il condizionale
è preferibile, qualsivoglia successivo collegamento
calcistico: in un paese civile e democratico gli
sceriffi non possono avere cittadinanza ed un fatto del
genere dovrebbe (il condizionale, appunto) fare
insorgere l'intera opinione pubblica e, perché no, la
stessa casta politica. Ma siamo nel Paese delle
emergenze e del garantismo a senso unico, pretendere un
po' di buon senso appare del tutto fuori luogo.
Infatti, sin dalle prime tribune televisive, gira e
rigira si finisce sempre a parlare della violenza ultrà,
degli incappucciati da stadio, delle trasferte da
vietare tout-court come sublimazione totale di tutti i
decreti e di tutti i divieti.
Già, perché la morte di Gabriele innesca sì un processo,
ma i principali imputati, anche stavolta, sono gli
ultras, nella fattispecie quegli ultras che hanno dato
sfogo alla loro rabbia: al di là dei fatti accaduti a
Roma nella sera di domenica, dai quali mi dissocio
perché frutto di dinamiche da rileggersi in chiave
prettamente extracalcistica, sono bastate due vetrate
mandate in frantumi e quattro schiaffoni qui e là per
oscurare la tragedia di un ragazzo (un tifoso, ma poteva
essere un padre di famiglia in gita domenicale) ucciso
senza motivo.
Appena otto mesi dopo la morte dell'Ispettore Raciti,
sulla cui vera ricostruzione continua a persistere un
mistero impenetrabile, gli ultrà tornano loro malgrado
ad essere in cima ai problemi di un intero Paese,
oscurando ogni altra questione: morti sul lavoro,
criminalità organizzata, immigrazione clandestina,
corruzione, persino i lavavetri di Firenze avranno
qualche giorno di tranquillità.
Per il mondo del tifo organizzato la sentenza è già
stata scritta ed è pronta la ricetta di sempre:
repressione e divieti, divieti e repressione ...
Il tutto, naturalmente, senza diritto ad alcun
contraddittorio, ci mancherebbe altro, ma anche senza
cercare di capire cosa può essere passato per la mente e
per il cuore di migliaia di ragazzi che, in una mite
domenica d'autunno, si sono sentiti dei "dead men
walking" e che hanno pensato, anche solo per un attimo,
che Gabriele potevano essere loro, che così non si può
andare avanti, che c'è un limite a tutto.
Passi il vergognoso silenzio che da sempre si portano
con se' le morti di Stefano Furlan, di Celestino
Colombi, di Fabio Di Maio, di Sergio Ercolano. Passi il
sistematico insabbiamento delle pistolettate ad
Empoli-Vicenza del 1992 e delle vicende Alessandro
Spoletini (2001) e di Paolo di Brescia (2005). Passino
gli assurdi divieti del decreto Melandri-Amato, i Daspo
e le denunce a tradimento, passino persino i pestaggi
gratuiti dei blu, ma morire a 28 anni in questo modo non
poteva che scatenare una reazione forte... O qualcuno
pensava forse che certe cose si possano esprimere con
dei comunicati stampa o con uno sciopero della fame?
Qualcuno può spiegarmi perché se un agente di pubblica
sicurezza, piuttosto che un Ministro od un altro
soggetto "upper class", compie un reato la
responsabilità (semmai verrà accertata) è sempre
individuale, mentre se il colpevole è un ultras si
sputano sentenze sommarie e si criminalizza un intero
mondo fatto di centinaia di migliaia di giovani?
Qualcuno può dirmi cosa sta succedendo alle Forze
dell'Ordine italiane, negli ultimi anni protagoniste di
svariati episodi poco limpidi (l'eufemismo è
d'obbligo...): dal G8 di Genova al caso di Federico
Aldrovandi, dalla mattanza di Roma-Manchester fino alla
recentissima morte di un falegname 54enne nel carcere di
Perugia?
Eppoi, fuor di retorica, di buonismo e di politically
correct, ci dicano i nostri politici di mezza età come
reagivano negli anni Settanta quando queste cose
capitavano (eccome se capitavano!) ad un loro compagno o
ad un loro camerata...
La mia maledetta domenica la vivo proprio a Bergamo, per
Atalanta-Milan, dove va in scena il meglio (o il peggio,
vedete voi...) della rabbia ultrà. Da queste parti la
solidarietà ultras ha radici lontane e quando la tragica
notizia si diffonde la rabbia monta, inevitabilmente,
contro il primo nemico, così all'ora dell'aperitivo un
gruppo di cellulari viene fatto sloggiare, manu
militari, dall'avamposto vicino alla Nord. Pim-pum-pam:
oggi non è aria per voi, sparite dalla circolazione.
Ma la vera sorpresa giunge poco più tardi, cioè quando
arrivano gli ospiti. Mai avrei pensato di vedere le due
fazioni, nemiche di lunghissima data, mischiarsi e
partire, insieme, contro le divise blu. Anche questo la
dice lunga sullo stato d'animo che alberga nei cuori
ultras, un'esasperazione cresciuta negli anni che certo
non giustifica, ma spiega certo sì, certi atteggiamenti.
Dopo i preliminari di rito parte una carica senza se e
senza ma, le Fdo sono costrette a sparare lacrimogeni e
tuttavia devono ripiegare pesantemente.
La situazione si calma ma è tutt'altro che normale, ed
anche dentro lo stadio l'atmosfera è pesante. Lo
splendido colpo d'occhio di un Brumana da tutto esaurito
fa a pugni con una tensione che si taglia a fette: gli
ultras dell'una e dell'altra parte chiedono di
sospendere la partita, mentre il coro "Assassini-assassini"
rimbomba più volte dalle due curve. Dopo la reazione di
pancia, sbagliata come forse lo sono tutte le reazioni
di pancia, gli ultras ora chiedono un segnale di
rispetto, un gesto di buon senso ancora prima che
simbolico: fermiamo il carrozzone del calcio,
riflettiamo su quello che è successo senza pregiudizi e
senza reticenze, cerchiamo di capire cosa non sta
funzionando e cosa non ha funzionato in questo turbine
di tolleranza zero.
Anche nei palazzi del potere si è appena discusso se
giocare oppure no, ma se dal mondo sportivo sembrava
aprirsi uno spiraglio, quello politico ed istituzionale
hanno chiuso subito la porta a doppia mandata: i
giornali del lunedì, in particolare, riferiscono di un
vero e proprio diktat del capo della Polizia Manganelli,
contrario ad ogni possibile paragone con lo stop
decretato alla morte di Raciti. A sua volta il Ministro
degli Interni Amato avalla tale decisione e spiega che
in questo modo si sono evitati ulteriori disordini, ma
se una cosa del genere poteva forse giustificare la
disputa di una finale di Coppa Campioni preceduta da 39
morti, questa volta appare come una posizione
preconcetta, ed infatti larga parte del mondo politico,
senza vincoli di maggioranze, criticherà tale
decisione...
A Bergamo come altrove, eccezion fatta per Inter-Lazio,
la partita dunque si gioca, pur cominciando con 10
minuti di ritardo e con il lutto al braccio dei
giocatori. Gli ultras non si rassegnano alla logica
dello spettacolo che deve continuare: ai cori si
aggiunge qualche torcia che piove in campo dalla Nord,
ma il match inizialmente va avanti. I bergamaschi optano
allora per la linea dura e cominciano ad infierire
contro una vetrata che dà accesso al campo, fintanto che
la stessa non dà segni di cedimento. Il resto è storia
nota: i giocatori che si avvicinano alla curva, la
discussione coi tifosi, la sospensione della partita, i
processi mediatici, gli arresti, le istituzioni e la
stessa Atalanta Bergamasca Calcio che annunciano di
costituirsi parte civile.
Pensatela come volete, ma tra tutte le cose che si
potrebbero dire a proposito di un tombino usato a mo' di
ariete, io dico che i ragazzi della Nord hanno dovuto
ricorrere all'unica opzione che avevano per essere presi
sul serio, e la morte di Gabriele era una cosa
maledettamente seria per non tentare il tutto e per
tutto. Dico di più: come fecero i genoani quando morì
Spagna, anche domenica scorsa gli ultras avevano il
diritto di pretendere la sospensione della partita ed il
dovere morale di imporre a tutto il mondo del calcio una
profonda riflessione su quanto accaduto. Chiamatelo
forse anche diritto al rancore, ma è un rancore che non
nasce dal nulla...
State pur certi che decine, forse centinaia di ragazzi
pagheranno un conto salatissimo per la loro azione, a
Bergamo, come a Taranto, come altrove. State altrettanto
certi che per loro non sarà contemplata nessuna
presunzione di innocenza fino al processo, nessuna
attenuante, nessuno sconto di pena: ne va dell'immagine
di uno Stato incapace di garantire l'ordine pubblico, se
non vietando, proibendo e, spiace dirlo, mostrando tanti
muscoli e poco cervello, soprattutto se si tratta di
perseguire il ladro di polli e non il pappone o il
bancarottiere di turno.
Ma ha ancora un senso argomentare su tutto questo? Si
dice che la morte non ha colori ed è uguale per tutti,
ma non è vero. Non lo pensa lo Stato, impegnato
soprattutto a minimizzare il vero fatto scandaloso della
giornata; non lo pensano le Istituzioni sportive, che
sospendono i campionati in una domenica in cui la serie
A già era ferma; non lo pensa il tifoso comune,
soprattutto quello che allo stadio ci va solo, appunto,
per un Atalanta-Milan e le altre 37 partite le guarda in
poltrona. Già, perché al dolore per la morte di un
fratello, nell'imbrunire di questa maledetta domenica si
palesa uno stadio che non solo non appoggia, ma
addirittura insorge contro le due fazioni ultras,
irridendole con cori offensivi e, di fatto, isolandole
come tanti buoni predicatori da anni chiedevano si
facesse. Mi gioco la testa che questi "tifosi modello"
erano già pronti a spellarsi le mani per un ringhio di
Gattuso o una punizione da Pirlo, erano pronti a
festeggiare il goal dell'una o dell'altra squadra, forse
anche a lanciare la classica bottiglietta d'acqua contro
il guardialinee venduto...
Preferisco stare con chi ha forse esagerato ma lo ha
fatto per un motivo serio, ma quando, dentro e fuori il
Brumana, ultras atalantini e rossoneri si mescolano ed
alzano gli ultimi cori insieme, mi sfiora un brivido: e
se fosse il canto del cigno?!
Sappiamo che sarà sempre più dura andare avanti, ma
abbiamo un motivo in più per stringere i denti e non
mollare... ciao Gabriele.